Crisi e guerre nell'era del capitalismo senile

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16 ottobre 2024

Da "Lutte de classe" n°244 - Dicembre 2024 e Gennaio 2025

Questo testo è stato votato dal congresso di Lutte ouvrière di dicembre 2024

I. RELAZIONI INTERNAZIONALI

Un anno di crisi e di guerre, in cui si è sprofondato ancora di più nella barbarie e nella ripetitività o, come si dice per i terremoti, nelle scosse di assestamento dell'anno precedente. Ma non solo: si tratta anche di un peggioramento, se consideriamo la durata. Un anno di più, è la dimostrazione che la borghesia non ha fatto, o non è stata in grado di fare, un altro passo verso il superamento della crisi della sua economia.

Un anno di guerra "ad alta intensità" tra Russia e Ucraina, come in Medio Oriente, vuol dire decine di migliaia di morti, distruzioni colossali e, ben oltre le vittime attuali, la crescente certezza che il tuffo nella barbarie durerà nel tempo e che il dominio della borghesia imperialista sul pianeta ha solo questo futuro da offrire all'umanità.

L'attuale fase di una crisi che dura già da mezzo secolo fa parte di quella che gli economisti borghesi chiamano sempre più spesso "crisi secolare". Essa è stata aggravata, a partire dagli anni Settanta, dal rapido succedersi della crisi del sistema monetario internazionale, dell'abolizione della convertibilità del dollaro e delle successive crisi petrolifere.

Questa crisi secolare ha posto definitivamente fine ai "Trent'anni gloriosi" (in realtà, si tratta di un breve periodo durante il quale la macchina economica capitalista si è rimessa in moto, con la ricostruzione dopo le distruzioni della Seconda guerra mondiale come principale forza motrice). Le crisi hanno costellato l'intera storia del capitalismo fin dalle sue origini e sono anche un momento del suo sviluppo. Ma a differenza di quelle del capitalismo ascendente, che erano seguite da un nuovo periodo di espansione, le crisi del capitalismo senile dell'era imperialista tendono a prolungarsi, persino a perpetuarsi (da qui l'espressione "crisi secolare").

Per quanto riguarda l'evoluzione dell'attuale fase della crisi, tutto indica che essa è destinata a peggiorare. Lo dicono la stessa borghesia e i suoi portavoce più o meno autorizzati. La stampa borghese, in particolare quella economica, sembra ossessionata dal timore di una possibile crisi finanziaria in un mondo capitalistico ampiamente finanziarizzato, che potrebbe portare a un crollo economico paragonabile a quello del 1929, forse anche peggiore.

Fino ad oggi, questo non si è verificato nella crisi attuale. La conclusione che se ne può trarre è che finora l'economia globale si è salvata, ma anche e molto più probabilmente che il peggio deve ancora venire.

Quello del commercio è uno degli indicatori più importanti dello stato dell'economia capitalista globale. Per ora il commercio mondiale non è crollato, nonostante le misure protezionistiche adottate dalle potenze imperialiste, principalmente gli Stati Uniti, che dominano la produzione e gli scambi mondiali. Tuttavia, l'aumento di queste sta iniziando a intaccare anche questo indice. "Il commercio mondiale perde slancio", si leggeva in un titolo di Les Echos del 26 agosto 2024, e "Questo rallentamento è dovuto in gran parte al calo delle esportazioni dei Paesi dell'Unione Europea (UE)", precisava.

Cambiamenti nei rapporti di forza tra i Paesi imperialisti

Le statistiche che riguardano le potenze imperialiste nel loro complesso nascondono un cambiamento nei rapporti di forza tra di esse. Esacerbando le rivalità e essendo durata così a lungo, la crisi ha già inciso profondamente sui rapporti di forza economici globali, in particolare tra Stati Uniti ed Europa. Lo stesso articolo del quotidiano economico sottolinea in particolare "gli sviluppi in Germania, dove le esportazioni di prodotti chimici e altri manufatti sono diminuite". Un recente numero di Les Echos (12 settembre 2024) commenta un lungo rapporto di Mario Draghi "consegnato a Bruxelles" che "avverte di un'economia europea in pericolo". Con toni molto gravi, parla dell'inadeguata competitività dell'economia europea e avverte che "o agiamo, o sarà una lenta agonia".

Le parole sono appropriate, e non sono commenti da giornalista, poiché Draghi è una delle figure più in vista del mondo borghese. Parla di un'Europa in agonia, non per confermare la necessità di una competizione migliore con i russi o con la Cina ma fa riferimento agli Stati Uniti. E ci si rende conto che, come uomo consapevole e responsabile della borghesia europea, ha timore che l'Europa stia morendo di fronte agli Stati Uniti e alla concorrenza americana. E punta il dito sul problema: l'insufficienza degli investimenti produttivi.

È davvero una grande scoperta! Ma quanti articoli vi abbiamo dedicato, dagli anni '1970 in poi? Sì, la borghesia è sempre meno propensa a investire nella produzione e sempre più nella speculazione, amplificando la crisi. Quando nel 1938, nel Programma di transizione, notava quanto la borghesia fosse smarrita, sconvolta e in preda al panico di fronte agli sconvolgimenti della propria economia, Trotsky descriveva una realtà molto simile a quella odierna.

Questo per quanto riguarda l'osservazione. La constatazione del crescente divario tra l'economia europea e quella americana è, allo stesso tempo, un'ammissione di fallimento dell'Unione europea. Le ragioni di questo risiedono in un'altra constatazione: nonostante il lungo e laborioso processo di "costruzione dell'Europa", essa non è unificata e i diversi Stati che la compongono rimangono in competizione tra loro. L'Unione Europea non è affatto l'unificazione dell'Europa, ma un'ulteriore arena in cui i Paesi capitalisti europei continuano a confrontarsi. L'Unione non solo è limitata, ma è anche reversibile.

La libera circolazione all'interno dell'Unione Europea era uno dei suoi pochi vantaggi, almeno per la popolazione nel suo complesso. Ma la cosiddetta "libera circolazione" delle persone - c'è bisogno di ricordarlo? - è sempre stata un triste scherzo per chiunque non fosse cittadino di uno dei Paesi dell'area Schengen. E la recente decisione della Germania di reintrodurre i controlli alle frontiere ci ricorda con quanta facilità un Paese dell'Unione Europea possa rendere vana da un giorno all'altro questa misura emblematica.

E questo è solo un aspetto dell'Unione, minore per le varie borghesie nazionali. Ma nella maggior parte dei settori essenziali - gli eserciti, le forze di repressione, le amministrazioni, le istituzioni politiche, la fiscalità, la legislazione sociale, il corpus legislativo, ecc. - l'Europa non è riuscita a creare un unico Stato europeo., e-non ha superato la frammentazione dei suoi Stati. Nella rivalità tra Europa e Stati Uniti, questo è un handicap paralizzante.

Il collasso finanziario è ancora una minaccia

Se confrontiamo la crisi attuale con quella del 1929, possiamo notare che all'apice di quest'ultima, per effetto sia della crisi stessa che delle misure economiche protezionistiche, il commercio internazionale è crollato. Tra il 1929 e il 1933 il suo valore fu diviso per tre. Oggi non è affatto così, né per il commercio né per la produzione.

La grande differenza tra la crisi attuale e la lunga depressione che seguì il 1929 è negli enormi profitti che la grande borghesia continua a realizzare. Lo fa a discapito della classe operaia, dei salariati e dei pensionati, e a danno di tutti i servizi pubblici utili alle classi lavoratrici: sanità, istruzione, trasporti pubblici, ecc. I suoi profitti si realizzano principalmente attraverso la speculazione e la finanza.

Le operazioni finanziarie che contribuiscono alla distribuzione del plusvalore tra i capitalisti stanno diventando fattori di amplificazione della crisi. Le pubblicazioni finanziarie specializzate riflettono la profonda preoccupazione della grande borghesia per la minaccia di un collasso finanziario che sarebbe di dimensioni mai viste. Lo si è sfiorato nel 2008, ma non stato così profondo come quello degli anni successivi al 1929. Tuttavia Les Echos del 17 settembre 2024 afferma in un articolo che "i governi europei si stanno affrettando a saldare il peso della crisi del 2008" e che "il solo governo olandese ha speso 27 miliardi di euro per salvare ABN AMRO (la principale banca olandese) dal fallimento". Ma questo è solo un piccolo Stato imperialista... Lo spettro di una grande crisi finanziaria deve spaventare molto di più la grande borghesia!

Intelligenza artificiale: dalla promessa scientifica e tecnica a speculazione vera e propria

Le promesse di aumento della produttività e la speculazione su di esse sono intrecciate a tal punto che i grandi capi della borghesia non sanno più cosa fare. Lo stesso si può dire per l'ultima parola d'ordine di economisti, giornalisti e, attraverso di loro, del grande pubblico: l'intelligenza artificiale, in breve la IA... Il rigore scientifico si mescola all'immaginazione più fantasiosa e alla speculazione più sfrenata, con qualche passaggio nella psicoanalisi.

Sotto il titolo "Nvidia: l'imperatore dei chip elettronici di fronte ai primi dubbi sull'IA", Le Monde del 20 agosto 2024 ripercorre il meccanismo speculativo che si sta sviluppando intorno a questa azienda: "L'eroe di questa storia, Jensen Huang, cofondatore e CEO di Nvidia [...], è insieme a Elon Musk la figura più in vista della Silicon Valley. È anche una delle più ricche. Perché la sua azienda, di cui possiede il 3,5% del capitale, non vale più 1.000 miliardi di dollari in borsa, come indicato sulla targa, ma più di 2.500 miliardi. Il 18 giugno ha addirittura superato Microsoft e Apple, all'estrema quota di 3.300 miliardi di dollari, diventando per breve tempo l'azienda più costosa del mondo.

Eppure Nvidia non produce smartphone, computer o software, ma solo schede elettroniche. Ma queste ultime sono magiche. Sono la chiave per entrare nell'inquietante e affascinante mondo dell'intelligenza artificiale (IA). La loro velocità di calcolo e la loro flessibilità di utilizzo fanno sì che attualmente non abbiano rivali sul mercato. Di conseguenza, quando nel 2023 Microsoft, Google o Amazon hanno deciso di investire decine di miliardi di dollari in centri dati destinati all'addestramento di modelli di IA, come il robot conversatore ChatGPT di OpenAI, non hanno avuto altra scelta che bussare alla porta di Nvidia. E i loro miliardi sono finiti dritti in tasca all'azienda di San José.

Nel 2023 (anno fiscale concluso a fine gennaio), il fatturato è salito del 126% a 61 miliardi di dollari e l'utile netto ha sfiorato i 30 miliardi. Si tratta di un risultato inaudito nell'austero mondo dei produttori di chip, o anche nella tecnologia in generale. Intel, nei giorni di gloria del suo monopolio sui PC con Microsoft, non ha mai raggiunto un simile risultato. Nemmeno Apple all'apice della frenesia per l'iPhone. Tanto che gli analisti sono perplessi di fronte a questa follia: un fuoco di paglia, una bolla o un cambiamento d'epoca?". Questa è la domanda e, a seconda della risposta, iniziano le speculazioni.

"La matematica in soccorso del vuoto d'aria dell'IA" è il titolo di Les Échos del 27 agosto 2024: "Man mano che la ricerca progredisce, sorge la necessità di riprendere i lavori di matematica fondamentale, in cui si possono identificare invarianti [...] e anche un numero infinito di modi per implementarli".

Uno studio pubblicato a fine giugno dalla Goldman Sachs, una delle banche più potenti del mondo, fornisce una risposta immediata e lapidaria: "IA generativa: troppe le spese, troppo pochi i benefici?" (Le Monde, 20 agosto 2024).

Per il capo di una banca, un centesimo è un centesimo, o meglio un miliardo di dollari è un miliardo di dollari. Ma questo non impedisce a livelli successivi di speculatori di scommettere sul cavallo che sperano sia vincente, proprio come si fa al totocalcio. E, per rendere più attive le loro scommesse, alcuni puntano sulle criptovalute.

Dalla finanza alla moneta: un'altra catena di propagazione

Un crollo finanziario implica quasi automaticamente turbolenze valutarie più o meno gravi, che possono essere un vettore di trasmissione della crisi finanziaria.

Per ora, il perno effettivo del sistema monetario è il dollaro. Per una serie di ragioni, tra cui la frammentazione dell'Europa in Stati con interessi diversi, persino opposti, l'euro non è assolutamente riuscito a sostituire il dollaro. Nessuna delle principali valute esistenti - lo yen giapponese, lo yuan cinese, la sterlina britannica - ci è riuscita. A maggior ragione, i piani, in particolare quelli attribuiti ai BRICS (associazione che riunisce Brasile, Russia, Cina, India, Sudafrica, Arabia Saudita, Iran, Egitto, Etiopia ed Emirati Arabi Uniti), di creare una moneta in grado di sostituire il dollaro sono del tutto fantasiosi. Può accadere di competere con il dollaro a un livello o a un altro come quello regionale o in base a una circostanza geopolitica o a un'altra ma di sostituirlo no. Alla minaccia di una crisi finanziaria si aggiunge quella di una crisi valutaria. L'attuale impennata del prezzo dell'oro è il primo indizio di una o più crisi valutarie future.

L'ascesa guerriera

Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, nessuno poteva prevedere il percorso che avrebbero seguito i vari conflitti e le sanguinose esplosioni" per fondersi in "una conflagrazione mondiale" (Programma di transizione). Né c'è alcun motivo per cui l'attuale processo debba essere un copione della Prima o della Seconda guerra mondiale. L'unica certezza è la sua inevitabilità.

Nel suo passato, la borghesia può trovare una moltitudine di processi derivanti da una infinità di situazioni che hanno portato alla generalizzazione della guerra. Li può ritrovare già nella sua prima gioventù, quando la borghesia non aspirava nemmeno realmente al potere e si accontentava ancora di dare il suo contributo, soprattutto finanziario, alle guerre condotte dalla classe feudale, che la precedeva come principale classe sfruttatrice.

Il lungo periodo che gli storici hanno chiamato Guerra dei Cento Anni, l'ultimo di tale durata, fu ancora in gran parte una successione di guerre feudali. Durò 116 anni, 4 mesi e 15 giorni, dal 1337 al 1453. E nonostante il suo carattere dinastico feudale, la borghesia, i suoi interessi e il suo denaro cominciavano a giocare un ruolo importante.

La Guerra dei Trent'anni, iniziata nel 1618, si concluse nel 1648 con il Trattato di Westfalia. In alcune regioni della futura Germania, la perdita di popolazione fu tra il 66 e il 70%. Per molti versi, questa guerra, le cui motivazioni principali erano di natura religiosa e che opponeva i principi protestanti a un imperatore e ad altri principi cattolici, ha tracciato la mappa dell'Europa fino alla Rivoluzione francese e alle guerre napoleoniche.

La borghesia imperialista ormai senile può trovare precedenti nel passato... Ma oggi ha a disposizione risorse materiali molto più potenti. E il paragone non è solo aneddotico: se fissiamo l'inizio della guerra in Medio Oriente alla Dichiarazione Balfour del novembre 1917, essa ha già più di cento anni. È con questa dichiarazione che la Gran Bretagna, la futura potenza mandataria che voleva prendere il posto della dominazione turca, si dichiarò a favore di un "focolare nazionale per il popolo ebraico" in Palestina: una terra due volte promessa...

Il timore della crisi finanziaria

Pur alimentando le preoccupazioni dei suoi politici e giornalisti, la grande borghesia potrà rimanere tranquilla finché non ci sarà una vera e propria crisi finanziaria con effetti paragonabili a quelli sperimentati dal mondo capitalista dal 1929 in poi. Fino a quando i profitti continueranno a crescere, e qualunque sia il valore reale della moneta con cui vengono realizzati, questa situazione lascia il tempo per prepararsi a ciò che verrà dopo, in particolare a un peggioramento delle tensioni guerriere.

Se è indiscutibile che il proletariato è totalmente impreparato alla guerra, in un certo senso questo è vero anche in molti settori per la borghesia. Lo dimostra il ritardo con cui le grandi potenze consegnano le armi, anche all'Ucraina.

La guerra russo-ucraina, come quella in Medio Oriente, è un buon terreno di addestramento per gli stati maggiori. Questo è già avvenuto in diversi settori: ad esempio, l'uso massiccio di droni, la loro produzione, ecc. E, su un piano completamente diverso, nella guerra sotterranea l'esercito israeliano sta acquisendo una competenza senza precedenti contro Hamas e, più recentemente, contro Hezbollah in Libano.

Questo è vero anche certamente per molti altri settori coperti dal segreto militare, che prospettano la reale minaccia di una guerra nucleare. Se accadrà, questa non sarà combattuta con le bombe di Hiroshima e Nagasaki, vecchie di quasi 80 anni. Tenendo conto del poco che trapela dal segreto militare degli stati maggiori, la loro preoccupazione è piuttosto quella di adeguare le armi nucleari, per renderle più maneggevoli e quindi più utilizzabili in diverse circostanze. Va anche ricordato che durante la Guerra Fredda tra il mondo occidentale e l'URSS, questo confronto, pur alimentando quello che all'epoca veniva chiamato "l'equilibrio del terrore", alla fine non è sfociato in una guerra nucleare.

Non c'è nulla che indichi che, a un certo punto del suo sviluppo, l'ascesa guerriera porterà a una copia della Prima o della Seconda guerra mondiale. Potrebbe anche continuare, approfondendo ed estendendo ciò che sta accadendo ora. Paradossalmente, è altrettanto probabile che l'ascesa guerriera sotto la borghesia senile e il capitalismo in crisi riproduca le guerre condotte con la collaborazione della borghesia nascente, all'epoca in cui il capitalismo stava uscendo dalla sua ganga feudale...

Alla ricerca di alleati

Lo sforzo costante di trovare alleati è già parte integrante della guerra. Tutti i conflitti del passato ci ricordano che la ricerca di nuovi alleati non solo continua, ma si intensifica durante le guerre stesse. Allo stesso tempo, dimostrano che possono esserci molti cambi di campo e che la configurazione delle alleanze di oggi non necessariamente rimarrà la stessa a lungo termine.

La stampa cita sempre più spesso il caso dell'Africa, dove la decadenza in corso del sistema di dominio della Francia sta aprendo nuove possibilità. Sta rimescolando molte delle carte lasciate in eredità dalla Conferenza di Berlino del 15 novembre 1884-26 febbraio 1885, che per più di un secolo ha tracciato i confini in Africa senza tenere conto delle origini etniche delle popolazioni. Le due guerre mondiali hanno cambiato la mappa dell'Africa solo in modo limitato e soprattutto a scapito dell'imperialismo tedesco.

Gli usi che il capitalismo potrebbe fare delle ingenti ricchezze minerarie del continente non sono gli stessi del XIX secolo, quando l'Africa fu spartita. Basti pensare all'uranio del Niger o ai numerosi metalli del Congo ex-Zaire, essenziali per le auto elettriche. La rivalità tra le grandi potenze per il loro controllo è destinata a diventare più accesa.

Il 22 agosto 2024, Le Monde titolava: "Un anno dopo la morte di Yevgeny Prigozhin, il fondatore del gruppo paramilitare Wagner: l'Africa, nuova linea del fronte tra Occidente e Russia".

Non c'è da stupirsi che il crollo del dominio francese abbia stuzzicato l'appetito per il continente africano. Tuttavia va detto che anche se l'espressione di Le Monde "la rimonta vincente della Russia in Africa" è molto esagerata, è chiaro che i punti di forza della Russia di Putin derivano, almeno in gran parte, dall'eredità della fine dell'URSS e dalla sua politica di alleanza con regimi che all'epoca venivano descritti come progressisti. Quelli, cioè, che nel contesto di ostilità tra i blocchi rifiutavano di allinearsi sistematicamente a Washington. Quindi, in modo molto indiretto, queste risorse provenivano dalla stessa rivoluzione russa.

Una di queste eredità lontane è stato, durante la Guerra Fredda, l'invito quasi permanente agli intellettuali dei Paesi africani a studiare a Mosca. All'epoca, ciò creava legami, a volte personali, tra questi studenti africani e certi sovietici a cui si apriva la possibilità di lasciare l'URSS. Da entrambe le parti, gli ufficiali degli eserciti africani e la leadership russa, la stessa generazione era al timone.

Il sostegno quasi unanime delle potenze imperialiste all'Ucraina nella sua guerra contro la Russia pone giustamente l'attenzione sulla minaccia di un confronto più diretto tra quest'ultima e la NATO, espressione militare delle potenze imperialiste.

Questo potrebbe rappresentare una fase dell'evoluzione bellica di un mondo in via di militarizzazione. La Russia di Putin è già direttamente coinvolta nella guerra, anche se, per il momento, le potenze imperialiste moltiplicano le linee rosse per dimostrare che non sono ancora impegnate in modo inarrestabile.

Tuttavia, l'attenzione dei dirigenti politici e militari dell'imperialismo americano è concentrata sulla Cina. Questa è impegnata con gli Stati Uniti in una corsa agli armamenti che si riflette nelle statistiche. Tutta l'Asia orientale, fino all'Australia, è coinvolta in una febbrile ricerca di alleanze. Lo Stretto di Taiwan, che separa la Cina continentale dall'isola omonima, è uno dei punti più caldi del pianeta. Un altro nella stessa regione è il confine tra Corea del Nord e Corea del Sud. A settant'anni dalla guerra di Corea, la pace tra le due parti dello stesso Paese, ancora separate da filo spinato e campi minati non è ancora stata firmata.

Questa certezza è espressa chiaramente in un articolo della rivista americana Foreign Affairs, pubblicato il 1° ottobre 2024 e firmato da Antony Blinken, il ministro degli Esteri di Biden.

L'articolo inizia così: "È in corso una feroce competizione per definire una nuova era negli affari internazionali. Un piccolo numero di Paesi - principalmente la Russia, con la collaborazione dell'Iran e della Corea del Nord e della Cina - è determinato a cambiare i fondamenti del sistema internazionale... Tutti cercano di erodere le basi della forza degli Stati Uniti: la loro superiorità militare e tecnologica, la loro moneta dominante e la loro rete impareggiabile di alleanze e partnership...".

Blinken prosegue etichettando questi Stati come "potenze revisioniste", aggiungendo poco dopo che di tutti questi Stati "la Cina è l'unico Paese che ha l'intenzione e i mezzi per rimodellare il sistema internazionale, il più importante concorrente strategico a lungo termine".Eppure, in nessuna parte del pianeta, Cina e Stati Uniti sono in conflitto militare diretto, nonostante abbiano le dita sul grilletto. Ma tutti temono che ciò possa accadere in seguito a qualsiasi provocazione, o incidente, visto il numero di navi da guerra e bombardieri che si incrociano nel Mar Cinese.

Perché la Cina?

In un testo preparatorio per uno dei nostri congressi, pubblicato nel dicembre 1971, abbiamo riassunto le nostre posizioni sulla natura di classe dello Stato cinese. Le nostre posizioni erano diametralmente opposte a quelle del movimento trotskista nel suo complesso, a cominciare dalle posizioni della principale corrente che rivendicava l'etichetta della Quarta Internazionale e si dichiarava erede di Trotsky. Il testo, intitolato Il caso dei paesi sottosviluppati in rottura politica con l'imperialismo, parla della Cina, ma anche della Jugoslavia, di Cuba, dell'Albania e del Vietnam del Nord, nei seguenti termini:

"Beneficiando di circostanze storiche eccezionali, alcuni rari Paesi sottosviluppati [...] sono stati indotti a rompere politicamente ed economicamente con l'imperialismo e, di conseguenza, si sono trovati impegnati in tutta una serie di riforme economiche e sociali volte a consentire loro di sopravvivere, se non di svilupparsi".

Questo testo è stato scritto in un periodo in cui la Cina era ampiamente considerata in senso largo come un Paese comunista negli ambienti politici. Volevamo chiarire, soprattutto in riferimento al resto del movimento trotskista, non solo che non era vero, ma anche che non si tratta affatto di uno Stato operaio, ma di uno Stato borghese. Tuttavia, rispetto agli altri Stati dei Paesi sottosviluppati, essi mostravano alcune profonde originalità.

Innanzitutto, perché i rappresentanti politici radicali della borghesia nazionale, agendo in nome di un'ideologia vagamente umanista, come Fidel Castro, o con un'etichetta comunista, come Mao e Tito, sono riusciti a guidare le rivolte contadine e, basandosi su di esse, hanno conquistato il potere in nome della "borghesia nazionale". Si concludeva che "il Partito Comunista Cinese [...] dopo di essere stato originariamente un partito proletario, poi successivamente tagliato fuori dal proletariato (cfr. la repressione della rivoluzione proletaria cinese nel 1927), ha finito per voltargli consapevolmente le spalle scegliendo come programma quello della borghesia nazionale (denuncia della lotta di classe in nome del blocco delle quattro classi, resistenza nazionale anti-giapponese, ecc. Così, nonostante la loro etichetta, il ruolo dei partiti comunisti è stato, per usare l'espressione di Trotsky, quello di fare da ponte tra il movimento contadino e la borghesia nazionale delle città, offrendo a quest'ultima un'alternativa politica quando tutte le altre soluzioni erano crollate".

Ovviamente questa posizione ci poneva in radicale opposizione alla corrente maoista che, all'epoca, dominava l'estrema sinistra francese. Ma ci opponeva anche al resto del movimento trotskista, per il quale la Cina di Mao era uno Stato operaio, anche se questa affermazione era accompagnata da aggettivi come "deformato" o "sfigurato".

Il dibattito che abbiamo introdotto nel movimento trotskista di allora non si basava solo su un'astratta questione teorica, ma su un interrogativo fondamentale: può uno Stato operaio emergere senza la partecipazione attiva e consapevole del proletariato? In altre parole: il proletariato può essere sostituito da un esercito di contadini guidato da piccoli borghesi nazionalisti (Cina)? Dall'esercito della burocrazia sovietica (democrazie popolari)? O da una giunta militare che si dichiara rivoluzionaria, o addirittura socialista o comunista, come in diversi Paesi africani? La nostra conclusione in quel testo del 1971 era la seguente:

"Qualunque sia il ritmo, il risveglio della classe operaia in questi Paesi deve concretizzarsi in organizzazioni autonome e nella formazione di partiti operai rivoluzionari che mirino alla presa del potere attraverso la democrazia proletaria. Il proletariato di questi Paesi, in quanto parte integrante del proletariato mondiale, portatore del futuro socialista, è l'unica classe che può offrire una prospettiva a questi Paesi. Anche se è debole nell'ambito nazionale di fronte all'enorme massa della piccola borghesia contadina, è forte della forza del proletariato mondiale, ma solo un'Internazionale rivoluzionaria può dare espressione concreta a questa forza".

Non abbiamo nulla da modificare in questo testo, che continua a riassumere la nostra posizione politica sul compito dei rivoluzionari in Cina oggi.

La Cina sotto la costante pressione dell'imperialismo

Nel corso della sua storia recente, lo Stato cinese è stato sottoposto a pressioni da parte dell'imperialismo sin dalla rivolta contadina che ha portato Mao Zedong al potere. Queste pressioni sono state dichiaratamente militari durante l'epoca di Mao (la guerra di Corea dal 1950 al 1953 e poi, in forma più indiretta, la guerra del Vietnam), ma hanno assunto altri aspetti anche dopo la morte di Mao e l'avvento di Deng Xiaoping, nell'ottica di un riavvicinamento al mondo dominato dall'imperialismo.

Poiché la Cina non accettava il dominio diretto delle potenze imperialiste, gli scontri alternati a periodi di blocco economico impedirono al Paese di beneficiare della divisione internazionale del lavoro. La natura dittatoriale del regime sotto tutti i presidenti che si sono succeduti, da Mao a Xi Jinping, derivava dalla necessità di raggiungere una sorta di accumulazione primitiva.

La base sociale del regime di Mao era costituita dai contadini. Ma non erano essi ad avere il comando. Gli obiettivi essenziali di questo potere erano quelli di sottrarre i mezzi per realizzare questo tipo di accumulazione primitiva ai contadini, e poi alla parte proletarizzata di coloro che erano stati cacciati dalle campagne, per fornire allo Stato i mezzi per cercare di recuperare il ritardo.

Lo Stato cinese, beneficiando fin dall'inizio della fiducia dei contadini in rivolta che lo avevano portato al potere, non solo è riuscito a costruire un'industria consistente, ma ha anche raggiunto un grado di sviluppo che nessun altro Paese sottosviluppato di dimensioni, popolazione e risorse comparabili (India, Brasile, Indonesia, ecc.) è riuscito a raggiungere. Ha ottenuto tutto questo sfruttando i contadini e gli operai, utilizzando metodi brutali come quelli dei suoi precedenti compagni di viaggio sulla strada dello sviluppo capitalistico.

Grazie a un alto grado di statalismo, la Cina è riuscita a entrare nel novero delle nazioni capitaliste. Ma continua a subire le pressioni di quelle nazioni che hanno beneficiato per secoli dell'accumulazione primitiva e hanno occupato un posto privilegiato nella costituzione del mercato mondiale e della sua divisione del lavoro. Ora esse hanno preso la guida dell'evoluzione verso l'imperialismo, che ha permesso loro di partecipare al saccheggio dell'intero pianeta.

Quando i portavoce dell'imperialismo danno ai dirigenti cinesi consigli che i loro padroni non sono in grado di applicare né sono disposti ad applicare loro stessi

Questa pressione è più sottile che in passato. Ma è fondamentalmente la stessa preoccupazione che ha portato la Gran Bretagna a lanciare la prima guerra dell'oppio nel 1839. Come spiega il Financial Times di Londra: "In una visita a Pechino alla fine dello scorso anno, il capo della diplomazia europea, Josep Borrell, si è lamentato del fatto che il surplus commerciale della Cina con l'Europa stava aumentando, mentre il suo mercato stava diventando più difficile da penetrare per le aziende europee".

Ora arriva la richiesta: "O l'economia cinese si apre di più, o ci potrebbe essere una reazione da parte nostra", ha avvertito Borrell. E lo stesso giornale riassume l'idea sottolineando che "da anni gli economisti chiedono alla Cina di fare di più per stimolare i consumi, al fine di riequilibrare un'economia che dipende dagli investimenti alimentati dal debito". Che bello! A distanza di quasi due secoli, l'odierno rappresentante della borghesia riprende parole simili, chiedendo qualcosa che ci riporta al motivo per cui l'Impero britannico lanciò la prima guerra dell'oppio. Certo, oggi il prodotto non è più lo stesso del tempo in cui la Cina non voleva acquistare nulla dalla Gran Bretagna, che la costrinse a comprare l'oppio dall'India, il fiore all'occhiello dell'impero coloniale britannico!

Il giornalista del Financial Times di Londra insiste: "Gli economisti dicono che per far sì che i consumatori si sentano a proprio agio e siano in grado di spendere di più, soprattutto dopo la crisi immobiliare, la Cina deve accelerare lo sviluppo dei suoi programmi di protezione sociale e di assistenza sanitaria. Anche se la Cina ha fatto progressi nello sviluppo dei sistemi pensionistici e sanitari pubblici, questi sono ancora carenti". È incredibile rendersi conto che i rappresentanti dell'imperialismo, chiedono un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori cinesi ma non lo vogliono in patria!

Chiaramente, non sono le condizioni di vita dei lavoratori cinesi a preoccupare i leader britannici, né quelli americani (né quelli europei - sia Les Echos che Le Figaro sono pieni di consigli simili ai cinesi). Ma, dal momento che la Cina ha raggiunto una sorta di accumulazione minima primitiva, lo Stato cinese dovrebbe essere spinto non solo ad allargare il suo mercato ma, soprattutto, a permettere alle borghesie imperialiste, prima fra tutte quella statunitense, di trarne profitto.

La pressione imperialista si manifesta in questo strano modo: i Paesi occidentali chiedono che la Cina dedichi meno investimenti all'industria e più al consumo, soprattutto da parte delle classi lavoratrici! Sono gli economisti dei Paesi imperialisti che, ora, premono affinché il governo cinese non solo sviluppi i consumi aumentando i salari in vari modi, ma costruisca anche una sorta di sistema di sicurezza sociale affinché i contadini diventati proletari possano beneficiare in qualche modo di un'assistenza sanitaria decente.

Per usare un'espressione diffusa, "la Cina è diventata l'officina del mondo", in altre parole, un subappaltatore delle potenze imperialiste. In termini economici, quindi, si chiede obbedienza a un subappaltatore verso quello che lo controlla, con i disaccordi e l'oppressione che questo comporta, ma anche la fondamentale identità di interessi, seppur conflittuali, nelle loro relazioni.

Il proletariato cinese e il futuro dell'umanità

Quanto sta accadendo in Cina è cruciale per il futuro dell'intera umanità. Lo è riguardo alla borghesia imperialista. I futuri sviluppi in senso bellico, più o meno gravi, scaturiscono dalla coesistenza, o addirittura dalla collaborazione tra l'imperialismo occidentale e la Cina. Ma dipende anche da esse il futuro del proletariato.

Lo statalismo ha portato alla borghesia cinese quanto appena ricordato sopra. Ma questa evoluzione, con l'industrializzazione che ha prodotto, ha anche rafforzato il proletariato cinese. Quest'ultimo rappresenta oggi uno dei contingenti più forti, se non addirittura il più forte numericamente, del proletariato mondiale. E proviene da un Paese con una ricca storia di esperienze, tra cui rivoluzioni radicali e numerose.

Non sappiamo fino a che punto questo passato sia stato trasmesso alla generazione odierna. La dittatura esercitata prima sui contadini e poi sempre di più sul proletariato che ne è scaturito con il progredire dell'industrializzazione è ovviamente un potente ostacolo a questa trasmissione. Ma in passato le idee rivoluzionarie hanno sempre trovato il modo di superare tali ostacoli. La dittatura di una classe privilegiata non ha mai impedito lo scoppio delle rivoluzioni. Non ha mai impedito a una classe privilegiata che ha fatto il suo tempo di essere costretta a cedere il passo a una classe in ascesa.

La scomparsa di qualsiasi forma di Internazionale rivoluzionaria comporta che, non sappiamo nulla di ciò che accade in questo Paese, e in particolare nelle sue aziende, nonostante i mezzi tecnici di comunicazione che potrebbero facilitare tali rivoluzioni. Possiamo però affermare che, ovunque inizi la rivoluzione, se vuole trionfare su scala internazionale, dovrà scuotere il proletariato cinese. E, se riflettiamo sulle difficoltà incontrate dalla rivoluzione russa del 1917, non solo per la presa del potere da parte del proletariato ma anche per il suo consolidamento, a causa della sua demografia e delle sue risorse, possiamo renderci conto che il proletariato cinese gode di vantaggi che quello russo non aveva a quel tempo.

Conclusione

Non sappiamo come le giovani generazioni cinesi di oggi tradurranno tutto questo. Inizialmente, probabilmente non avrà un vero significato comunista, poiché il regime cinese ha screditato questa etichetta che continua a esibire falsamente. Ci sarà una reazione simile a quella dell'Europa orientale o dell'URSS sotto Gorbaciov o Eltsin. Ma questo non significa che non ci siano gruppi, magari delle nostre dimensioni, già attivi in quest'area. La storia può insegnare molte cose.

Non c'è assolutamente modo di prevedere o indovinare - e questo non ha alcun senso - come avverrà questo necessario risveglio della classe operaia. Possiamo dire che l'intellighenzia rivoluzionaria avrà un ruolo importante. Ma deve nascere e mettersi al lavoro!

All'epoca del crollo dell'URSS, l'economista americano Francis Fukuyama scrisse un mucchio di sciocchezze sotto il titolo "La fine della storia". Ma questa non si è fermata nel 1992, quando è stato pubblicato il suo testo. "La storia di ogni società fino ad oggi è stata la storia delle lotte di classe", dichiarava il Manifesto Comunista nel 1848. Sarà così anche in futuro, finché la nostra società rimarrà divisa in due classi fondamentalmente opposte, la borghesia e il proletariato.

Le leggi dello sviluppo storico, cioè le vite e le azioni degli otto miliardi circa di esseri umani che popolano il pianeta, sono infinitamente più potenti dei deliri di un singolo individuo o persino delle agitazioni di tutti i decisori del mondo.

"La guerra ininterrotta, a volte palese, a volte nascosta..., finisce sempre o con una trasformazione rivoluzionaria dell'intera società, o con la distruzione delle due classi in lotta". Questo è ciò che Rosa Luxemburg riassunse sinteticamente come "socialismo o barbarie". Non lo fece come commentatrice, ma come militante: agire per la trasformazione rivoluzionaria della società è l'unico modo per evitare la barbarie.

Quali che siano gli sconvolgimenti nella vita collettiva dell'umanità e le risonanze degli eventi attuali; quali che siano le scadenze e i termini, la necessità storica finirà per imporre la sua legge. Lo farà nell'unico modo possibile, attraverso l'azione degli uomini stessi. Per il proletariato, questo significa darsi partiti di classe e, nella nostra società globalizzata, un'Internazionale comunista rivoluzionaria.

16 ottobre 2024

II. IL MEDIO ORIENTE DI FRONTE ALLA BARBARIE IMPERIALISTA

L'attacco di Hamas da Gaza al vicino territorio israeliano del 7 ottobre 2023 ha segnato la ripresa della guerra in Medio Oriente. Pur essendo l'ennesimo episodio di un conflitto che dura sostanzialmente da più di un secolo, questa guerra si distingue già per la sua durata, la sua ferocia e la sua tendenza a sfociare in un conflitto più ampio, almeno su scala regionale.

I dirigenti di Hamas, che hanno deciso questo attacco, volevano riportare in primo piano il problema palestinese che i dirigenti israeliani e occidentali erano riusciti a mettere in secondo piano per diversi anni. In realtà, la politica israeliana non poteva che preparare una simile esplosione. L'arrivo nel governo Netanyahu di rappresentanti dell'estrema destra ha accentuato la sua radicalizzazione a destra. La sua politica è stata praticamente dettata da coloro che sono favorevoli a intensificare la colonizzazione della Cisgiordania, a mantenere un blocco su Gaza che non lascia al territorio alcuna possibilità di sviluppo e ad affermare il carattere "ebraico" dello Stato di Israele, istituendo un vero e proprio apartheid nei confronti delle popolazioni non ebraiche.

La politica di Israele ha gravemente screditato l'Autorità Palestinese istituita dagli accordi di Oslo, riducendola al ruolo di forza di intermediazione dell'esercito di occupazione in Cisgiordania. Ha tolto ogni speranza di miglioramento della sorte della popolazione palestinese. Ma non poteva che rafforzarvi le frange che erano determinate a scatenare una guerra aperta contro le forze israeliane, e in particolare quella più radicale all'interno di Hamas, che aveva preparato e guidato l'attacco del 7 ottobre.

Il fatto che Hamas abbia sfidato in questo modo spettacolare la politica israeliana gli ha certamente valso una nuova popolarità tra i palestinesi, almeno per un po'. Ma se ha riportato la questione palestinese all'ordine del giorno, lo ha fatto nel modo peggiore possibile per quanto riguarda gli interessi della popolazione di Gaza e della Cisgiordania. Innanzitutto, la scelta di Hamas di compiere questo attacco, il modo in cui lo ha compiuto massacrando civili a caso e prendendo ostaggi, ha fatto un favore al governo Netanyahu. Gli hanno permesso di ricostruire l'unità nazionale dietro di sé e di mettere a tacere l'opposizione in un momento in cui era sempre più screditato per le sue politiche interne. D'altra parte, la popolazione palestinese di Gaza, ma anche quella della Cisgiordania, è stata abbandonata a sé stessa di fronte alla risposta dell'esercito israeliano, la cui ferocia era del tutto prevedibile. Dopo un anno di guerra, dopo la quasi completa distruzione di Gaza, si misura non solo la drammatica gravità di questa risposta, ma anche il fatto che i dirigenti di Hamas non si erano affatto preoccupati di preparare la popolazione ad essa, o di sapere cosa ne avrebbe potuto pensare.

Questa politica non dovrebbe sorprendere da parte di un'organizzazione islamica reazionaria come Hamas, che diffida profondamente della propria popolazione e intende governarla solo imponendosi su di essa. Lo ha dimostrato governando Gaza in modo autoritario da quando ha preso il potere nel 2007. Lo ha dimostrato anche, con il suo atteggiamento, quando sono nati movimenti di massa che iniziavano a contrapporre la popolazione araba di Israele o della Cisgiordania alle forze di repressione israeliane. Lanciando razzi su Israele, ogni volta l'organizzazione spostava il confronto nell'arena militare per fare sapere alle popolazioni arabe mobilitate che il loro rappresentante obbligato era Hamas e che l'unico modo di combattere era sostenere la sua guerra. Il risultato è sempre stato quello di bloccare lo stesso movimento di massa, privandolo di qualsiasi possibilità di sviluppare le proprie prospettive.

L'attacco del 7 ottobre non ha fatto altro che prolungare questo metodo. Per i dirigenti di Hamas, la lotta con Israele si riduce a una lotta tra nazionalisti palestinesi e sionisti. Hanno usato i mezzi di una guerra con la stessa noncuranza per le popolazioni palestinesi e israeliane che si può osservare nelle guerre tra Stati. La sproporzione dei mezzi militari era tale che la popolazione di Gaza avrebbe inevitabilmente pagato un prezzo altissimo, ma questo non interessava ai dirigenti di Hamas, che perseguono i propri obiettivi. Nei confronti della loro stessa popolazione, fanno in modo di far apparire i loro combattenti come coraggiosi martiri pronti al sacrificio - cosa che in effetti sono - e quindi come loro rappresentanti obbligati. Nei confronti dei dirigenti israeliani e dell'imperialismo, si pongono invece come interlocutori ineludibili, ai quali prima o poi dovrà essere riconosciuto il diritto di governare uno Stato palestinese.

Infatti, i dirigenti occidentali e l'ONU si sono affrettati a parlare di una soluzione politica del conflitto attraverso il riconoscimento di due Stati, palestinese e israeliano, senza che si vada minimamente oltre le proclamazioni. Nessun passo concreto è stato fatto in questa direzione, soprattutto a causa della politica del governo Netanyahu. Rifiutando di prendere in considerazione qualsiasi soluzione politica che prevedesse concessioni ai dirigenti palestinesi e mandando a monte qualsiasi negoziato per il cessate il fuoco, ha condotto il suo scontro come una guerra di sterminio. Questa scelta riflette le aspirazioni dei sionisti più estremisti, per i quali fin dall'inizio il popolo palestinese non esiste e il modo più sicuro per garantirlo è schiacciarlo. È una politica di pulizia etnica che è stata perseguita fin dalla creazione dello Stato di Israele, ma che non è mai riuscita a impedire al popolo palestinese di esistere e crescere, e nemmeno l'attuale guerra di Netanyahu sarà in grado di eliminarlo. Il fatto stesso che non sia in grado di sconfiggere Hamas, anche se questo è il suo obiettivo dichiarato, dimostra quanto sia in un vicolo cieco. Ma evidentemente, anche perché è in gioco la sua stessa sopravvivenza politica, Netanyahu è disposto a continuare su questa strada finché potrà.

Tuttavia, la continuazione e l'espansione della guerra non sono dovute solo alla personalità e all'ostinazione di Netanyahu. Innanzitutto, il suo governo non è lì per caso: è il culmine di un secolo di politica dei dirigenti sionisti che, costantemente incoraggiati e sostenuti dai governanti imperialisti, hanno favorito le frange più estremiste e reazionarie all'interno di Israele e gli integralisti della colonizzazione. In secondo luogo, non è altro che una chiara affermazione della politica imperialista in Medio Oriente.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno preso in Medio Oriente il posto della Gran Bretagna e della Francia, che vi si erano spartite le aree di influenza, per dominare e controllare questa regione strategica dividendola. Lo hanno fatto cercando di conquistare i dirigenti locali, sfruttando le loro divisioni, incoraggiando le forze più reazionarie e talvolta ricorrendo a un intervento militare diretto. La loro preoccupazione costante è stata quella di impedire che uno qualsiasi degli Stati borghesi dell'area diventasse una potenza regionale in grado di contrastare il loro controllo. Hanno preso di mira a turno l'Egitto, la Siria e l'Iraq e da anni ormai l'Iran è sotto pressione. I dirigenti di Israele si sono dimostrati molto utili nel sostenere questa politica imperialista. In quanto alleati obbligati dell'imperialismo, hanno alimentato nella popolazione israeliana la convinzione di non avere altra scelta se non quella di muovere guerra ai propri vicini e sono stati in grado di trasformare il proprio esercito in una vera e propria estensione di quello degli Stati Uniti, che gli ha fornito una grande quantità di equipaggiamenti.

La manifestazione di divergenze tra il governo Netanyahu e quello degli Stati Uniti ha tutte le caratteristiche di un gioco di ruolo. Il primo è pronto a colpire tutti i suoi vicini e a entrare in guerra con loro in nome della sicurezza della sua popolazione. I secondi fanno solo finta di voler trattenere il braccio del loro alleato per salvaguardare le proprie possibilità di apparire, di volta in volta, come mediatori. Ma i dirigenti americani sanno quanto Israele sia utile per loro nel controllo della regione e quindi accettano tutti i suoi abusi contro i palestinesi. D'altra parte, attaccando Hezbollah e minacciando l'Iran, i dirigenti israeliani sanno di perseguire un obiettivo strategico degli Stati Uniti, che è quello di indebolire quel Paese, se possibile per rovesciare i suoi dirigenti e riportarlo alla condizione di una semi-colonia. Le loro iniziative belliche sono quindi sempre approvate o coperte a posteriori dagli Stati Uniti in nome del "diritto di Israele a difendersi". Così è stato anche per l'ultima offensiva, l'ingresso dell'esercito israeliano in Libano. A prescindere dagli ipocriti appelli del presidente statunitense Biden a "evitare un'escalation", i dirigenti israeliani hanno deciso di riprendere una guerra già condotta in passato in Libano, ritenendo di avere l'opportunità di cogliere Hezbollah nella sua stessa trappola. Sebbene Hezbollah fosse riluttante a farsi coinvolgere in un conflitto, si è comunque sentito obbligato a lanciare attacchi missilistici contro Israele il giorno successivo al 7 ottobre, per salvare la propria immagine di partito combattente. Come nel caso di Hamas, il fatto che questi attacchi abbiano permesso a Netanyahu di rafforzare l'unità nazionale attorno a lui non ha preoccupato i dirigenti di Hezbollah. Ma come nel caso di Hamas, questo significava coinvolgere la popolazione libanese, senza che lo volesse, in una guerra con il proprio vicino, di cui probabilmente sarebbe stata la prima vittima.

In Medio Oriente, i governanti imperialisti sostengono sempre di avere solo un ultimo nemico da abbattere, dopodiché, rimanendo solo i regimi responsabili e cooperativi, potranno rimodellare la regione e stabilire pace e prosperità. Si tratta ovviamente di una favola rivolta all'opinione pubblica occidentale. Schiacciare le persone con le bombe, utilizzando le tecnologie più moderne per raggiungere questo obiettivo, è diventato la sostanza della politica imperialista, che si riduce al terrorismo di Stato. Attraverso interventi militari e guerre, il risultato è quello di aver trasformato la regione in un campo di rovine. La Striscia di Gaza si è aggiunta quest'anno all'elenco dei Paesi distrutti, che già comprendeva Iraq e Siria. Possiamo aggiungere il Libano, dove l'intervento israeliano si è aggiunto a una drammatica crisi economica, e ancora più lontano Yemen, Afghanistan, Libia, Somalia e Sudan. Per quanto riguarda l'Iran, sebbene non sia ancora stato direttamente bersagliato da un attacco militare, la sua popolazione sta pagando a caro prezzo le conseguenze dell'embargo americano e della crisi che ha creato, per non parlare della dittatura reazionaria rafforzata da questa situazione.

La questione non è se stiamo andando verso un "incendiarsi" del Medio Oriente, un termine scelto dai giornalisti perché ha il vantaggio di rimanere vago. Da tempo la regione è in fiamme, nel senso che un gran numero di Paesi sono già a ferro e a fuoco. Invece la questione è quella dell'estensione della guerra e fino a che punto. La risposta dipende interamente dalle decisioni, se non di Netanyahu, perlomeno del suo protettore americano.

In questa guerra, siamo naturalmente dalla parte dei popoli oppressi dall'imperialismo e dai suoi alleati. Siamo quindi pienamente solidali con il popolo palestinese di fronte al massacro a cui è sottoposto e sosteniamo le sue aspirazioni a godere pienamente dei suoi diritti nazionali, compreso il diritto a un proprio Stato. Nella guerra condotta contro il popolo palestinese dallo Stato di Israele, che si sta allargando, auspichiamo la sconfitta militare di quest'ultimo, poiché ciò sconfiggerebbe il campo imperialista e lo indebolirebbe. Anche se è difficile da realizzare, ciò che dipende da noi è lottare, ovunque ci troviamo, contro le politiche del nostro governo e quelle degli altri Stati imperialisti. Ciò significa denunciare la loro partecipazione all'oppressione dei popoli e la loro complicità nei massacri in corso.

Un'autentica solidarietà con il popolo palestinese e il popolo libanese significa anche combattere le politiche delle organizzazioni nazionaliste che ne sono a capo e le loro scelte politiche, a partire dalle loro decisioni in materia di confronto militare. Le guerre che conducono non risolveranno nessuno dei problemi dei loro popoli, anche se dovessero avere successo. L'unico obiettivo di queste organizzazioni, nel contesto di un Medio Oriente diviso dall'imperialismo, è quello di poter gestire il proprio apparato statale e diventare così gli oppressori patentati del proprio popolo. Di fronte a loro, salvaguardare gli interessi del proletariato significa difendere una politica internazionalista, comunista e rivoluzionaria. Solo una rivoluzione proletaria estesa a tutta la regione può porre fine al dominio dell'imperialismo e spazzare via le varie fazioni borghesi e piccolo-borghesi che lo servono o lo vorrebbero servire.

Anche se non abbiamo i mezzi per difendere una tale politica tra le masse del Medio Oriente, dobbiamo affermarne la necessità. La nostra solidarietà con il popolo palestinese non deve essere vista come un sostegno alle politiche delle organizzazioni nazionaliste. Ciò è tanto più necessario in quanto è quello che sta facendo una parte dell'estrema sinistra, che in nome di questa solidarietà si allinea alla loro politica o addirittura si veste con la bandiera nazionale palestinese. Al contrario, se una parte della gioventù e della popolazione si solleva contro i massacri in corso, speriamo che questo sia l'inizio di una presa di coscienza di cosa sia l'imperialismo e della necessità di abbatterlo. Per noi, combattere la guerra in nome dell'internazionalismo proletario e dietro la bandiera rossa è un modo per contribuire ad aumentare questa consapevolezza, come farebbero dei comunisti rivoluzionari presenti in Medio Oriente.

Nella questione palestinese, sappiamo che la politica aggressiva dei dirigenti israeliani si basa sul fatto di avere convinto il loro popolo che non ha altra scelta se non quella di combattere tutti i suoi vicini. Lottare contro questa politica significa fare tutto il possibile per rompere l'unità nazionale su cui i dirigenti israeliani fanno affidamento, anziché contribuire a rafforzarla. Questa è una delle strade che la lotta del popolo palestinese può percorrere e che i rivoluzionari internazionalisti devono contribuire ad aprire. Il popolo israeliano può smettere di essere in guerra permanente e di fare da carne da cannone, per la difesa di interessi che non sono i suoi, solo se cerca la coesistenza con i popoli vicini e li rispetta. I rivoluzionari devono dimostrare che in Israele-Palestina c'è spazio per entrambi i popoli, a condizione che nessuno dei due cerchi di dominare l'altro, il che implica la rottura con tutte le politiche filo-imperialiste.

Realizzare una vera coesistenza e cooperazione tra i popoli significa porre fine a tutte le forme di oppressione, rovesciare le classi dominanti e gli Stati su cui si basano e instaurare il potere proletario. Questo potere deve essere esercitato nel quadro di una federazione socialista dei popoli del Medio Oriente, che riconosca il diritto di ciascuno di essi di avere la propria esistenza nazionale nella forma che preferisce.

I popoli del Medio Oriente hanno pagato e continuano a pagare a caro prezzo la sottomissione dei loro regimi alla dominazione imperialista. Ma stanno anche pagando a caro prezzo le politiche delle organizzazioni nazionaliste che agiscono in loro nome, che li stanno portando in conflitti senza via d'uscita. Per combatterli, per porre fine alla dominazione imperialista e a tutte le forme di oppressione, dobbiamo contribuire alla nascita di partiti comunisti e di un'Internazionale in grado di condurre una politica rivoluzionaria proletaria in tutto il Medio Oriente.

16 ottobre 2024

III. L'UCRAINA E LA RUSSIA DI FRONTE ALLA GUERRA

Secondo Zelensky "l'Ucraina non avrà una generazione persa per la guerra". Disprezzo per il proprio popolo, cinismo, vere e proprie bugie? Tutte e tre le cose quando l'Istituto demografico ucraino rileva che il numero di persone che lasciano il Paese "è più che triplicato rispetto alle cifre per l'intero 2023", mentre Eurostat, l'agenzia statistica dell'Unione Europea, rileva che un terzo di coloro che partono sono minorenni. Solo l'UE ha accolto più di 4,5 milioni di ucraini (uno su nove) fuggiti dalla guerra.

Alla fine di settembre, un programma del servizio ucraino della BBC ha evidenziato il crescente numero di diciassettenni che stanno lasciando il Paese, alcuni dei quali affermano che per loro è "una questione di vita o di morte". Bisogna ricordare che dai 18 ai 60 anni, agli uomini è vietato, dalla legge e dall'esercito, andare all'estero.

Lo ha illustrato il Wall Street Journal del 17 settembre, che ha stimato i morti e i feriti di questa guerra in un totale (provvisorio) di un milione di soldati ucraini e russi: rispettivamente 80.000 morti e 400.000 feriti da parte ucraina, e 200.000 morti e 400.000 feriti da parte russa.

Così, nell'ovest di quello che un tempo era un unico Paese, l'Unione Sovietica, assistiamo da quasi tre anni a un terribile salasso fratricida tra due popoli uniti da legami culturali, storici, familiari e linguistici, a cui si aggiungono danni materiali incommensurabili. Questo non è avvenuto, come sostiene Putin, per proteggere i russi che vivono fuori dalla Russia, né, come sostengono Zelensky e i suoi sponsor della NATO, per permettere all'Ucraina di scegliere il proprio futuro (perché sono loro a scegliere per lei), ma perché l'imperialismo non ha smesso, dalla fine dell'URSS nel 1991, di spingere le sue pedine nelle ex repubbliche sovietiche, compresa l'Ucraina, per cacciare la Russia.

In altre parole, le donne ucraine che dal febbraio 2022 manifestano per la smobilitazione dei loro mariti, figli e fratelli mandati a combattere hanno poche possibilità di ottenere soddisfazione: la posta in gioco va ben oltre la questione degli uomini mobilitati.

Inoltre, quando le autorità o i media accennano alla smobilitazione di questi soldati, aggiungono, come Ukraïnska Pravda, il principale media digitale del Paese: "Ma ci vorrebbero altrettante persone in grado di essere mobilitate per sostituirli". Ma non è così.

Sono finiti i tempi in cui i volontari accorrevano per andare a combattere. La maggior parte di coloro che possono essere mobilitati ora cercano di evitare di essere colti per strada e immediatamente inviati in un centro di reclutamento militare. E questi refrattari alla leva a volte riescono a scappare ai reclutatori, soprattutto se vengono sostenuti dai passanti. Va detto che quasi la metà della popolazione è ora favorevole ai negoziati di pace con la Russia, secondo i sondaggi ucraini.

Mentre l'esercito russo rosicchia terreno in più del 19% del territorio che occupa, secondo le autorità ucraine sono "coloro che si sottraggono", i "cattivi patrioti", e di fatto la popolazione, ad avere la responsabilità delle difficoltà di reclutamento dell'esercito e delle sue sconfitte... Con un vecchio stratagemma demagogico, Zelensky cerca anche di trovare capri espiatori tra i dirigenti e i possidenti che la popolazione ha tutti i motivi di odiare. Periodicamente, licenzia ministri, destituisce generali e fa arrestare qualche oligarca accusandolo di corruzione. Ma quando si arriva a ciò che è più sconvolgente - la questione degli enormi profitti di guerra e quindi di chi li incassa - non si parla di mettere in discussione il potere in quanto tale, incarnato da Zelensky. Non si parla nemmeno di prendere di mira i ricchi, che sono direttamente serviti dallo Stato e che, fin dall'inizio, avevano i mezzi per sfuggire ai pericoli della guerra e, per i più facoltosi, per stabilirsi in località di lusso all'estero, come i membri di quello che veniva chiamato in modo irrisorio il "Battaglione Monaco". Anche in Russia la questione di come rifornire il fronte di carne da cannone era un problema importante per chi era al potere, ma in modi molto diversi. E sebbene il Cremlino facesse di tutto per far dimenticare alla popolazione il costo della guerra, questo aveva un impatto sempre più pesante su tutti gli aspetti della vita sociale.

Innanzitutto, ci sono i prelevamenti permanenti che l'esercito attinge dalla popolazione civile per avere i soldati necessari a mantenere i territori conquistati. Ma anche per conquistarne di nuovi, che metterebbero il Cremlino in una posizione di forza in vista dei negoziati che le potenze imperialiste sollecitano a Kiev... fornendogli al contempo aiuti finanziari e militari sufficienti per continuare l'escalation della guerra!

In questo contesto, il Cremlino cammina sulle uova: le reazioni alla sua mobilitazione "parziale" di 300.000 truppe nel settembre 2022 lo hanno reso cauto. Ha scioccato la popolazione, provocato rabbia tra i manifestanti nelle regioni povere del Daghestan e della Buryatia, e la fuga all'estero di un milione di uomini, molti dei quali giovani e con un buon livello di formazione, la qual cosa sta avendo un impatto continuo sul funzionamento dell'economia.

Putin si trova di fronte a un dilemma. Deve compensare la relativa debolezza dell'organico delle forze armate - ad esempio, lo Stato Maggiore che non aveva truppe di riserva per fare fronte all'attacco ucraino nella regione di Kursk - ma senza correre il rischio di aumentare il malcontento popolare o di aggravare la carenza di manodopera in molti settori dell'economia.

Putin sta quindi oscillando tra necessità contraddittorie. Dice di rifiutare l'idea di una mobilitazione generale, ma a metà settembre, per la terza volta dal 2022, ha firmato un decreto che ordina all'esercito di aumentare il suo organico di 180.000 uomini. Allo stesso tempo, le autorità, che affermano (ma non sempre mantengono la parola) di non dispiegare i soldati di leva in Ucraina, concedono esenzioni ai dipendenti dei settori "sotto pressione", in particolare a quelli del settore militare-industriale. Queste esenzioni e i salari molto più alti che altrove spiegano perché, dal 2022, più di mezzo milione di lavoratori hanno raggiunto le industrie della difesa.

Ma il complesso militare-industriale non si limita a sottrarre risorse umane. La spesa militare è una priorità del governo e rappresenta già il 30% del bilancio nazionale. E con l'aumento del 70% del bilancio militare votato per il 2024 e l'aumento previsto per l'anno successivo, il 40% della spesa statale totale sarà destinato alla guerra entro il 2025.

Il regime si vanta della sua crescita economica (4%), stimolata dalla necessità di sostituire prodotti e attrezzature, spesso all'avanguardia, posti sotto embargo dall'Occidente. Alcuni di questi sono ora prodotti localmente. La Russia è anche riuscita ad aggirare alcune delle sanzioni occidentali: acquista da Paesi terzi (Turchia, India, Cina, ecc.) ciò che non può più comprare direttamente e allo stesso modo vende la sua produzione di idrocarburi, il settore principale delle esportazioni russe. Così il gasdotto russo Bratstvo continua a rifornire l'Europa centrale attraverso l'Ucraina, mentre le autorità dell'UE e Kiev, che incassa imposte per il transito, fingono di accettare solo le consegne di gas diventato ungherese al confine ucraino.

Stando così le cose, la crescita economica di cui si parla, ma che in molti settori è frenata dalla priorità data agli armamenti, non sarebbe sufficiente a finanziare l'escalation permanente di spese militari che l'occidente costringe il Cremlino ad addossarsi, nella speranza che alla fine non sia più in grado di tenere il passo.

Mentre le potenze occidentali aiutano il regime ucraino a reggere dal punto di vista finanziario (pagano persino gli stipendi dei suoi funzionari), tengono anche Kiev per la gola, perché il capitale globale prima o poi gli presenterà il conto. O meglio, si rivarrà direttamente - e ha già iniziato - sulle classi lavoratrici ucraine, in mille e uno modi: con la tassazione, con il saccheggio dei servizi pubblici, con la vendita dei gioielli economici del Paese ai grandi gruppi occidentali (Kiev si rallegra del fatto che, dall'inizio della guerra, le aziende di più di cento Paesi stranieri abbiano preso piede nel Paese). Per non parlare delle decine di miliardi già spesi per la ricostruzione di un Paese devastato, una torta attorno alla quale si affollano gli Stati capitalisti, che hanno già preso commesse per i loro gruppi principali.

Lo Stato russo si trova in una situazione completamente diversa, ed è proprio stampando moneta che finanzia l'esplosione della spesa pubblica dovuta alla guerra. C'è il costo degli armamenti: l'acquisto di proiettili dalla Corea del Nord, di droni dall'Iran, ecc. Poi ci sono i costi del personale, dato che il regime manda in battaglia solo volontari. Nelle regioni svantaggiate, di solito le repubbliche nazionali federate, e anche tra le fasce più povere della popolazione urbana, la retribuzione dei contratti di arruolamento - da cinque a sei volte il salario medio - e i bonus in caso di ferite e soprattutto di morte, possono sembrare un'opportunità da cogliere. Ciò è tanto più vero se si considera che, a livello locale, i governatori e i sindaci delle principali città aumentano costantemente questi bonus per rendere più attraente l'arruolamento "volontario", in modo da potersi vantare con il Cremlino di aver superato gli obiettivi di reclutamento.

Finora, questo ha permesso al regime di ridurre il malcontento legato alla guerra in ampi settori della società e persino di consolidare, relativamente, la propria posizione. Ad esempio, la piccola borghesia urbana non deve più preoccuparsi troppo dei propri figli che frequentano gli studi superiori poiché, tramite una sorta di tacito accordo, le autorità consentono agli studenti di non essere arruolati. Per quanto riguarda la classe operaia, principale vittima di un'inflazione che si avvicina al 10% alla fine di quest'anno e che sta erodendo il suo tenore di vita, alcuni lavoratori qualificati hanno comunque visto migliorare i loro salari accettando impieghi nelle fabbriche di armi o sotto contratto con l'esercito.

Decine di migliaia di manifestanti, molti dei quali studenti, che hanno manifestato contro la guerra e contro Putin nel febbraio-marzo 2022, hanno subito la repressione del regime. Molti sono ancora in prigione. Altri sono andati in esilio per paura di essere arrestati.

L'opposizione filo-occidentale, che si batte per quello che definisce "capitalismo onesto", ha perso la sua figura di riferimento, Alexei Navalny, assassinato in carcere. Il suo funerale, a febbraio, ha offerto ai sostenitori dell'opposizione l'opportunità di apparire, se non di manifestare, di fronte a un'enorme presenza di polizia. Da allora, il regime ha iniziato a neutralizzare i membri meno noti di questo movimento, facendoli arrestare o inviare all'Ovest. Ma il movimento è particolarmente scosso dalle ultime rivelazioni sui metodi malavitosi utilizzati da un certo Nevzline, socio dell'ex magnate del petrolio russo in esilio Mikhail Khodorkovsky, per cercare di liquidare ciò che resta della squadra di Navalny, in un contesto di rivalità per la dirigenza di questa cosiddetta opposizione democratica.

L'unica protesta ancora aperta è quella delle mogli dei soldati raggruppate in Pout' Domoï (La via di casa). Come le loro sorelle ucraine, continuano a lottare con coraggio, anche se la polizia interviene sistematicamente per impedire loro di manifestare e arrestarle.

Per quanto riguarda la classe operaia, secondo i media e i social network russi, il numero di conflitti sociali, ultimamente, è diminuito. Vale la pena notare che il 40% di essi è dovuto a salari non pagati, una situazione che si sta diffondendo con la crisi economica causata dalla guerra e che ricorda quanto accaduto nell'ex URSS all'inizio degli anni Novanta. Certo, nel settore civile dell'economia i lavoratori possono sentirsi meno tutelati rispetto al settore militare-industriale. Ma anche lì regna la paura di essere licenziati, con tutto ciò che ne consegue. La dirigenza ne approfitta imponendo orari di lavoro a volte di 16 ore consecutive senza una piena compensazione, o alternando i turni, o facendo lavorare su due turni contemporaneamente, per un bonus di solo il 20%.

Il regime affronta anche la carenza di manodopera (dovuta alla partenza per la guerra e all'esodo di massa dei lavoratori dell'Asia centrale, bersagli di una xenofobia istituzionalizzata), con altri metodi che pesano sui lavoratori, in primo luogo quelli più anziani. Nel 2025 aumenterà leggermente le pensioni. Ma le aveva bloccate da anni in modo che fossero sempre più misere, per incoraggiare i lavoratori più anziani a rimanere il più a lungo possibile in posti di lavoro che altrimenti sarebbero rimasti vacanti.

Al potere dalla fine del 1999, Putin è stato rieletto Presidente nel marzo 2024 da 76 milioni di elettori su 112 milioni di iscritti, il numero più alto di voti che abbia mai ottenuto. Il potere aveva escluso qualsiasi concorrente che avrebbe potuto creare qualche difficoltà, anche se Putin ha ancora sostenitori tra le classi lavoratrici, così come tra i membri ricchi del regime.

Certo, molti lavoratori vorrebbero essere convinti che la guerra in corso non li riguardi: è un "conflitto di professionisti", di volontari, insiste il Cremlino. Eppure i suoi effetti sono ovunque. Anche quando i salari vengono indicizzati all'inflazione ufficiale alla fine dell'anno, il potere d'acquisto si riduce di fronte all'aumento dei prezzi reali. Nelle aziende, al minimo conflitto, i capi e i dirigenti accusano: "Tu stai brontolando mentre altri versano il sangue per la patria". Le pressioni e i ricatti spiegano perché ci sono così pochi scioperi. Ma questo non ha impedito a molti lavoratori di essere critici, anche se i guerrafondai non sono scomparsi. Quando è stato annunciato che le truppe ucraine erano entrate nella regione di Kursk, nonostante la Russia non fosse stata invasa dal 1941, gli sciovinisti sono rimasti scioccati e Putin è apparso incapace di impedirlo. Ma questo non si è tradotto in una corsa ai centri di arruolamento, né in un aumento della febbre patriottica nelle aziende e tra la popolazione.

Quella che la stampa occidentale chiama "stanchezza" degli ucraini di fronte alla guerra; la non adesione passiva di ampi settori della popolazione russa all'"operazione speciale" di Putin, nonostante l'onnipresente propaganda - tutto ciò potrebbe costituire un terreno sociale da cui potrebbe emergere uno sviluppo diverso da quello di una guerra fratricida senza fine. Ma perché questo accada, come altrove, ai popoli ucraino e russo, alla loro classe operaia, manca lo strumento della loro emancipazione, il mezzo della sconfitta dei loro oppressori e sfruttatori: un partito comunista, rivoluzionario e internazionalista, che sappia radicarsi nella classe operaia.

18 ottobre 2024

IV. STATI UNITI

Ricchi sempre più ricchi e una classe operaia impoverita

La borghesia degli Stati Uniti continua ad arricchirsi senza troppi ostacoli, sfruttando il proletariato americano e il resto del mondo. L'indice borsistico S&P 500 è raddoppiato dal 2020 e aumentato di otto volte dal 2009. L'aumento dello sfruttamento dei lavoratori, gli appalti statali ultra-redditizi, in particolare nel settore della difesa, la speculazione e il saccheggio dei Paesi poveri stanno dando i loro frutti. Nel 1982, negli Stati Uniti c'erano 13 miliardari in dollari; oggi sono 801 e la loro quota di ricchezza totale è sempre maggiore. Un magnate come Elon Musk valeva già 25 miliardi di dollari nel marzo 2020, e da allora la sua fortuna è decuplicata. Le imprese americane hanno un accesso immediato a un enorme mercato interno di 330 milioni di persone. Gli Stati Uniti finanziano la loro crescita attraverso sussidi massicci, come quelli previsti dall'Inflation Reduction Act (2022), sussidi pubblici che sono a loro volta finanziati dal debito. Mentre il governo francese, con un deficit di quasi 6%, si preoccupa di un possibile "attacco" da parte dei mercati, negli Stati Uniti questo non è visto come un problema. Il peso del debito federale, 35.700 miliardi di dollari, preoccupa spesso i commentatori. Ma la posizione di forza del Paese gli consente di prendere in prestito a tassi bassi, accumulando al contempo asset ad alto rendimento. Il dollaro rimane la principale valuta di scambio e di riserva del mondo capitalista, il che conferisce agli Stati Uniti un privilegio esorbitante, riducendo i costi di gestione per le imprese e le banche americane. Nonostante venga regolarmente annunciato il "declino dell'impero americano", gli Stati Uniti mantengono una posizione dominante nell'economia mondiale, una posizione basata sulla loro supremazia militare.

Allo stesso tempo, accanto all'arricchimento sfrenato della classe capitalista e, in misura minore, di parte della piccola borghesia, l'inflazione, ancora più alta che in Europa, ha peggiorato il tenore di vita delle classi lavoratrici. Milioni di lavoratori hanno dovuto accettare un secondo o addirittura un terzo lavoro per sopravvivere e mantenere la propria casa. Sebbene il Paese vanti un basso tasso di disoccupazione (4%), in realtà meno del 63% degli adulti ha un lavoro dichiarato (il 73% in Francia), mentre un'intera fascia della popolazione è uscita dal mercato del lavoro. Nel cuore della prima potenza mondiale, il numero di senzatetto sta esplodendo: si stima che solo a Los Angeles ce ne siano 75.000, che vivono a malapena oltre i 50 anni. L'aspettativa di vita dell'intera popolazione è in calo da diversi anni, tanto da collocare gli Stati Uniti al 35° posto nel mondo, dopo Cuba e Cile. Il numero di morti per overdose è passato da meno di 20.000 nel 2000 a 108.000 nel 2022 (638 in Francia), e le classi lavoratrici sono le prime vittime di questa catastrofe.

Scioperi, ma un proletariato politicamente assente

L'autunno del 2023 è stato segnato da un grande sciopero condotto dal sindacato dell'auto UAW a sostegno dei negoziati per un nuovo contratto collettivo di lavoro. La burocrazia sindacale ha scelto di fare pressione sulle "tre grandi" case automobilistiche, General Motors, Ford e Stellantis, ma organizzando scioperi solo in alcuni dei loro stabilimenti. Dopo un mese e mezzo, 40.000 lavoratori in sciopero (su 145.000 iscritti all'UAW nell'industria automobilistica) avevano strappato ai padroni molto di più di quanto questi ultimi avevano offerto prima dello sciopero: un aumento salariale del 25%, e quasi del 30% con un bonus per il carovita, da pagare nei quattro anni e mezzo del nuovo contratto. Stellantis ha anche accettato di riavviare la produzione nello stabilimento di Belvidere, in Illinois, consentendo all'UAW di cantare vittoria. Un anno dopo, sembra che questo gruppo capitalista si stia rimangiando la promessa di riaprire questo stabilimento.

Da allora si sono svolti altri scioperi in vari settori, sempre in occasione di negoziati per il rinnovo dei contratti, sempre controllati dall'apparato sindacale. 45.000 lavoratori portuali dei porti della costa Est e del Golfo del Messico hanno scioperato per tre giorni: il loro sindacato, che aveva lanciato lo sciopero chiedendo un aumento salariale del 77% per i prossimi sei anni (la durata del contratto), lo ha revocato quando i padroni hanno offerto il 62%, avendo fatto ben poca leva sulla forza di questi scioperanti. Anche la direzione dell'attuale sciopero parziale dei 33.000 lavoratori della Boeing, indetto in seguito al loro voto quasi unanime contro il parere dei dirigenti sindacali, non sfugge al controllo di questi ultimi.

In questi scioperi, la questione degli aumenti salariali gioca un ruolo importante, a causa della perdita del potere d'acquisto, eroso dalla recente inflazione, più alta che in Europa. L'anno 2023 ha visto una ripresa degli scioperi negli Stati Uniti, con 16,6 milioni di giornate di sciopero che hanno coinvolto almeno 1.000 dipendenti. Ma rispetto al periodo 1947-1981, questa cifra indica una scarsa attività di sciopero. Per quattro decenni, il numero di scioperi e di scioperanti è stato complessivamente basso. Per quanto riguarda i primi otto mesi del 2024, le statistiche assomigliano al minimo storico che il movimento sindacale americano sta vivendo dagli anni Ottanta.

Per la loro durata, per il numero di scioperanti (che è sulla scala dell'industria di quel paese) e per gli aumenti salariali ottenuti, gli scioperi americani pubblicizzati in Europa danno un'idea della potenza eventuale del proletariato in un grande paese industrializzato. Ma il proletariato non è impegnato in un'ondata di scioperi massicci e contagiosi, anche se i lavoratori rispondono quando i sindacati li chiamano all'azione. Tuttavia, i capitalisti sono cauti: la durata dei contratti collettivi di lavoro tende ad allungarsi fino a sei anni in alcuni settori. Nella logica dei sindacati, la cui attività più visibile è quella di negoziare con i padroni quando i contratti vengono rinnovati, gli scioperi sono quindi distanziati nel tempo.

Inoltre, lo sviluppo della coscienza di classe è permanentemente ostacolato dagli apparati sindacali. La maggior parte di essi funge da agente elettorale per il Partito Democratico, che finanziano. In questo anno elettorale, Shawn Fain, presidente dell'UAW, ha utilizzato la sua fama di dirigente combattivo per elogiare Joe Biden: "Il presidente più favorevole ai sindacati della nostra epoca", ha detto. La presidente dell'AFL-CIO Liz Shuler ha aggiunto: "Biden crede nei sindacati e noi crediamo in lui". Il tono non è cambiato con la comparsa di Kamala Harris, che non ha mai cercato voti nei picchetti, ma di cui Fain ha detto: "È una combattente per la classe operaia", pur riconoscendo che alcuni lavoratori dell'UAW (l'iscrizione al sindacato è obbligatoria in tutta una serie di fabbriche e luoghi di lavoro) avrebbero votato per Trump. Il miliardario è riuscito persino a invitare il presidente del sindacato Teamsters (camionisti) a tenere un discorso alla convention del Partito Repubblicano che lo ha appoggiato come candidato. Alla fine, il sindacato dei Teamsters non si è spinto a sostenere Trump, ma di certo non si è schierato a favore dei Democratici, il che forse indica che la sua base era divisa sul voto. Quando Trump dichiara che, con una politica protezionistica ancora più dura di quella di Biden, "prenderà posti di lavoro e fabbriche da altri Paesi" e li riporterà negli Stati Uniti, cerca il consenso dei lavoratori che per decenni sono stati educati dall'apparato sindacale a credere che i responsabili della loro disoccupazione siano i lavoratori stranieri.

In assenza di un partito che faccia valere i suoi interessi di classe, il proletariato degli Stati Uniti, in queste elezioni, non agisce politicamente come una classe. Si astiene o vota in parte per i democratici, in parte per i repubblicani, avendo assorbito una dose abbastanza grande delle idee borghesi che questi partiti diffondono. Sulla scala di questo Paese-continente, gli sforzi di piccoli gruppi di militanti operai che cercano di offrire ai lavoratori, laddove possono, almeno un'alternativa elettorale, non possono cambiare la situazione.

Guerre in Ucraina e in Medio Oriente, tensioni con la Cina

L'incrollabile sostegno politico, finanziario e militare dato a Israele, lo Stato che da un anno massacra gli abitanti di Gaza, continua la colonizzazione della Cisgiordania e ora sta estendendo la guerra al Libano, mostra ciò che l'imperialismo statunitense è disposto a fare quando si tratta di difendere i suoi interessi superiori. Anche in Ucraina sta conducendo una guerra con la Russia tramite gli ucraini, il cui intero confine occidentale è ora delimitato da Paesi della NATO, dalla Finlandia e gli Stati baltici a nord fino alla Romania e alla Turchia a sud.

Ma è la Cina che i dirigenti americani vedono ora come la principale minaccia al loro dominio. Per anni, echeggiati con compiacenza in Europa, hanno accusato la Cina di prepararsi alla guerra. Negli ultimi mesi, in particolare, la rivendicazione della sovranità di Pechino su Taiwan è stata denunciata da commentatori e politici occidentali come "imperialismo", paragonabile a quello di Putin in Ucraina. La realtà è che gli Stati Uniti (4% della popolazione mondiale) spendono 900 miliardi di dollari per la difesa, pari al 39% del totale mondiale, mentre la Cina (18% della popolazione mondiale) spende meno di 300 miliardi di dollari, pari al 13% del totale mondiale. Gli Stati Uniti hanno 750 basi militari fuori dal loro territorio in 80 Paesi, mentre la Cina ne ha solo una a Gibuti. Gli Stati Uniti hanno venti portaerei, mentre la Cina ne ha due. Soprattutto, mentre nessuna nave cinese si avvicina alle coste californiane, gli Stati Uniti circondano la Cina con una serie di basi militari, da Taiwan alla Thailandia, passando per Giappone, Corea del Sud, Filippine, Australia e così via. Nella regione indo-pacifica stazionano 400.000 truppe, 2.500 aerei e 200 navi da guerra. La Cina non ha combattuto una guerra in 45 anni, mentre gli Stati Uniti ne hanno combattute decine. Solo nel Vicino e Medio Oriente, i loro interventi dal 2001 hanno causato almeno 940.000 morti. Quindi, contrariamente alle menzogne della propaganda occidentale, non è la Cina a rappresentare la principale minaccia per i popoli del mondo, ma piuttosto gli Stati Uniti e i loro I subordinati francesi e britannici.

Le elezioni presidenziali

Per le elezioni presidenziali del 5 novembre, i media occidentali hanno scelto la loro candidata, che prima criticavano come oscura e autoritaria, ma che ora adornano di tutte le virtù. Harris, che è stata vicepresidente di Biden negli ultimi quattro anni, sta conducendo una campagna decisamente conservatrice, rivolta in particolare ai repubblicani insoddisfatti di Trump. Questa ex procuratrice incarna la difesa della legge e dell'ordine. Ha promesso di continuare gli aiuti militari all'Ucraina, cosa che le ha dato il favore dei dirigenti europei, e di continuare gli aiuti a Israele, deludendo chi sperava in una politica meno oltraggiosamente favorevole al massacro dei palestinesi. Si iscrive nella guerra commerciale condotta con la Cina dal 2016, con l'aumento dei dazi doganali. Ansiosa di non offendere alcun settore della borghesia americana, ha insabbiato le sue passate dichiarazioni contro il gas di scisto. La principale frattura politica tra lei e il suo rivale riguarda il diritto all'aborto, che lei difende, mentre Trump, nominando giudici reazionari alla Corte Suprema, ha contribuito a minarlo. È vero che Trump ha fatto commenti razzisti sui migranti, descrivendoli come "feccia", "animali", "criminali assetati di sangue", con "geni cattivi", e promettendo persino di "ucciderli". Il sostegno ricevuto rifletteva le profonde divisioni e i pregiudizi esistenti nella classe operaia americana. Ma anche se la Harris non ha il linguaggio del suo avversario, difende le politiche restrittive che l'amministrazione ha perseguito per anni. Risponde promettendo di rendere sicuro il confine con il Messico e sostiene la costruzione di un muro. Bernie Sanders e la sinistra del Partito Democratico, un tempo presentati come la quintessenza del radicalismo, la sostengono e sono completamente allineati con l'establishment democratico.

16 ottobre 2024